Nel 1943 Orwell inizia a scrivere Animal Farm, che terminerà nel febbraio dell’anno successivo. Inizialmente il manoscritto gli viene rifiutato da parecchi editori per le chiarissime allusioni allo stalinismo, a quel tempo (durante la II Guerra Mondiale) alleato con le democrazie capitalistiche contro il nazifascismo.
Ma, a pensarci bene, quali allusioni al comunismo ci possono essere in un libro dove i protagonisti sono degli animali d’allevamento? In realtà Orwell ha saputo ricreare, all’interno di una proprietà contadina, la stessa atmosfera che si respirava nell’est Europa successivamente alla Rivoluzione d’Ottobre. Gli animali della Casa Patronale del signor Jones decidono di ribellarsi al loro padrone-aguzzino (e complessivamente al genere umano) aspirando ad una società gestita dagli animali stessi dove ogni creatura a quattro zampe sia uguale. L’occasione di sovvertire il sistema capita quando l’allevatore si dimentica di dar da mangiare alle bestie; a quel punto gli animali insorgono e scacciano il signor Jones prendendo le redini della fattoria. Inizialmente ogni cosa sembra andare per il verso giusto: il cibo a disposizione aumenta, si avvia una processo di istruzione e ogni animale può agire liberamente seppur rispettando sette semplici comandamenti decisi da due maiali (Palladineve e Napoleone), i quali si curano di gestire l’organizzazione generale della proprietà che nel frattempo ha cambiato il suo nome da “Casa Patronale” a “Fattoria degli animali”. Purtroppo la felicità iniziale si esaurisce velocemente, facendo spazio a invidie reciproche e competizioni disastrose: il maiale Napoleone inscena un colpo di stato riuscendo a scacciare Palladineve (il Trotsky della situazione) diventando così il despota assoluto nella fattoria. Lentamente Napoleone riscrive la storia della Rivoluzione degli Animali additandosi come principale fautore della rivolta e benefattore di tutte le bestie. Vengono riscritti i sette comandamenti e alla fine anche il principale slogan “quattro gambe buono, due cattivo” cambia in “quattro gambe buono, due meglio”. Benchè spesso al cavallo Boxer, all’asino Trifoglio e alle galline del pollaio sembri di ricordare che all’inizio la Rivoluzione si era posta come obiettivo finale il benessere di tutti gli animali, appare sempre più evidente che solamente i maiali godono di un elevato tenore di vita benchè non alzino un dito nel lavoro nei campi o nel costruire l’ambito mulino. I maiali costruiscono così, alle spalle delle altre creature, un sistema basato sulla corruzione e sulla falsità, sul terrore e lo sfruttamento; addirittura non si risparmiano di inscenare processi fittizi incolpando qualche animale di spionaggio e quindi giustiziandolo (essì che uno dei comandamenti iniziali era “nessun animale ucciderà un altro animale”).
Benchè si tratti di un romanzo breve, mi è venuta la pelle d’oca davanti all’assoluta sovrapponibilità della storia della Fattoria degli animali e della storia reale, quella delle persone vittime delle purghe staliniane, dei gulag, della miseria e dello sfruttamento, ingannate nella speranza di un mondo equo e giusto, e prese in giro da slogan incitanti allo stacanovismo e al sacrificio di ogni libertà d’espressione. Orwell non ha risparmiato davvero nessun lato del fallimento della rivoluzione socialista in Unione Sovietica associando Stalin all’ingordigia di un maiale. è d’effetto la scena finale in cui Trifoglio, spiando dentro la residenza ufficiale dei maiali, vede la seguente scena:
Dodici voci urlavano rabbiose, ed erano tutte uguali. Non c’era più alcun dubbio su ciò che era successo alla faccia dei maiali. Dall’esterno le creature volgevano lo sguarda dal maiale all’uomo, e dall’uomo al maiale, e ancora dal maiale all’uomo: ma era già impossibile distinguere l’uno dell’altro.
Orwell, George (2011), La fattoria degli animali, Mondadori Ed., Milano.










03/05/2012 alle 12:02
anche nella società moderna se ne trovano, di analogie… purtroppo