La mucca è savia. Ragioni storiche della crisi alimentare europea
La storia è come un razzo luminoso sparato in una notte buia: abbagliante, graffia il cielo e ci avverte del pericolo; il punto di non ritorno è lì, ci dice, quell’immenso Glory Hole che non aspetta che un nostro prossimo passo falso; e noi sempre tardamente, con mille acrobazie e capriole corriamo malamente ai ripari. Ma prima o poi la storia smetterà di mandarci segnali e allora sarà tardi persino per sentire l’ultimo “si salvi chi può”.
Il racconto dell’agricoltura degli ultimi cento anni, così ben documentato nell’ottimo saggio di Piero Bevilacqua, è un evento paradossale, dove le conquiste tecniche e scientifiche, frutto di millenni di tentativi e di successi, spariscono quasi all’improvviso per lasciare il posto a qualcosa di grottesco che nulla ha più a che fare con quello che comunemente si può intendere per un normale “processo agricolo”. E’ un mondo in surplus di concimi e fertilizzanti, di deiezioni e scarti, il risultato incredibilmente inquinante di un processo evolutivo che non solo ha reso l’agricoltura un grande distillato di composti chimici, ma che ha di fatto assimilato e trasformato il rapporto tra uomo e animale, oltre che ovviamente quello tra uomo e la propria terra, dando il via alla vergognosa pratica dell’allevamento intensivo.
E tutto ciò risulta ancora più incomprensibile dopo aver guardato a quella che è stata la rivoluzione agricola europea a cavallo tra settecento e ottocento, quando si scoprirono le proprietà fertilizzanti dell’azoto e la merda dell’uomo veniva ancora fatta pervenire dalle città per rifornire le campagne; uno scambio necessario a sostenere quell’equilibrio che assieme al maggese aveva garantito la produttività della campagna per centinaia di anni. Un equilibrio spezzato in pochi decenni con l’introduzione di sempre nuove sostanze (sostanza chiama sostanza) sempre meno naturali atte a sostenere la crescente voracità di un mondo sempre più affamato, con il risultato paradossale di una sovrapproduzione che invece che finire nelle nostre pance, raggiunge non vista le discariche con costi (non visti) esorbitanti di smaltimento. Assurdo.
Assurdo ancora pensare a quello che abbiamo fatto agli animali; discernendo l’etica e un semplice ragionamento che basterebbe a smontare qualsiasi giustificazione in merito, la loro perdita di qualsiasi comportamento naturale fa di loro esseri malati, tenuti in vita chimicamente all’interno di quelle che Bevilacqua non a torto definisce “industrie ospedaliere della carne”; l’autore associa chimica, agricoltura e allevamenti come entità ormai inseparabili.
Quindi i fenomeni della mucca pazza e dell’influenza suina sono il naturale risultato di un processo che ha raggiunto insensatezze abnormi, dove un animale per stare in vita necessita quotidianamente di antibiotici e ormoni; non dovrebbe sorprendere che certe volte qualcosa vada storto. Se il ritorno a un’agricoltura che potremmo definire “biologica” continuerà a essere osteggiato come nostalgico e controproducente, in definitiva il continuo apporto chimico con cui si alimentano le nostre verdure e il crescente dilagare di simili epidemie saranno soltanto l’ennesimo piccolo prezzo da pagare.
La Mucca è Savia Ragioni Storiche Della Crisi Alimentare Europea
Anno: 2002










26/01/2012 alle 15:40
L’uomo come specie merita solo di estinguersi… forse c’è ancora un po’ di speranza nell’uomo visto come singolo individuo… forse
12/01/2013 alle 16:35
Mitico questo sito!…cercavo proprio una recensione su questo libro e guarda un pò cosa ho trovato. :)