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02/2012

Stefano Iannaccone – Andrà tutto bene

articolo di Giuseppe Gallotta

Categorie Romanzo

Io sono un ottimista. Ma un ottimista di quelli “seri”, che se si trovano a mare da soli con uno squalo alle spalle pensano “non mi morde, basta che non mi muova…”, poi quando mi morde una gamba e me la stacca penso “vabbè, ne ho un’altra…” ecc. Insomma, avete capito il tipo. Appena ho visto il titolo, potete immaginare la felicità: “Andrà tutto bene”. Ho pensato subito “Questo è il libro per me!”, al che lo apro e inizio a leggere. Dopo 5 pagine di prologo talmente pessimista da poter essere paragonato (per livello di pessimismo) a Leopardi, il titolo torna a confortarmi, “Andrà tutto bene”. Neanche il tempo di tirare un sospiro di sollievo e mi ritrovo davanti un consiglio e un avviso: il consiglio è di “stracciare i fogli e bruciarli, se, come è normale provi nausea e irritazione nei confronti dello scrivente”. L’avviso è che, se proprio si vuole continuare la lettura, non ci si aspetti granchè da ciò che verrà: nè insegnamenti, nè una storia con un filo logico. Nonostante fossi tentato (lo ammetto) dal consiglio,

N.B. Nel prologo, ad aumentare la tentazione di bruciare il libro, è contenuta una frase che spero di non rileggere mai in vita mia… “Sai, non C’È L’HO con te”, roba da far venire i brividi anche al più indulgente dei lettori…

Dicevo, nonostante fossi tentato dal consiglio dell’autore (cui va dato il merito di definirsi umilmente “scrivente”) ho proseguito nella lettura, conoscendo poco a poco i personaggi ed in particolar modo i due protagonisti, descritti molto a fondo, Marco e Fabiana. Marco è il pessimista del prologo, quello che ad ogni starnuto pensa di avere un infarto (è davvero così esagerato, lo ammette lui stesso durante il corso della storia), Fabiana il suo Primo Vero Amore, nonchè una ragazza dal carattere deciso e con un passato duro alle spalle. La storia, proprio come indicava l’autore (o lo scrivente, come preferite) non è nulla di straordinario, ma non è neanche male come pensassi, lo stile è, almeno quando scrive Marco, a mio parere un pò ripetitivo. Alcune parole vengono usate troppo spesso e mi sembrano a volte essere anche fuori registro, inoltre ci sono davvero troppe troppe ripetizioni di espressioni (anche se queste sono EVIDENTEMENTE una scelta stilistica, secondo la mia modestissima opinione la scelta è stata una scelta infelice…) e troppe parole in inglese, che ritengo nelle intenzioni dell’autore vogliono far apparire giovane il romanzo, e invece contribuiscono quasi solo ad appesantire la lettura.
Ora, dopo tutto ‘sto papiello, concludo. I consigli che sento di poter dare sono 3, uno diretto alla casa editrice e due ai lettori di questa recensione. Alla casa editrice e/o all’autore consiglio di fare una bella revisione approfondita (oltre al CE L’HO a pagina 13, ci sono altri svarioni, anche se non di quella gravità, e non sono pochi, soprattutto nella prima metà del libro, e moltissime, davvero troppe congiunzioni – che forse sono una scelta stilistica, ed in quel caso, un’altra scelta infelice, sempre secondo me). Ai lettori di questa recensione, consiglio di leggere il libro solo se non si è schizzinosi riguardo lo stile (il riferimento è alla mancanza di una revisione accurata) e gli errori. Ultimo consiglio, e con questo chiudo davvero, è quello di leggerlo solo se sono amanti del genere “introspettivo”. Marco incarna in realtà una generazione, la nostra, piena di insicurezze, e per chi vuole studiarla “dall’interno” è una validissima fonte di informazioni. Se si cerca un libro dove l’azione regni sovrana, cercare altrove.

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