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02/2012

Ubik di Philip Kindred Dick

articolo di Chiara Forin

Categorie Fantasy Letteratura Romanzo Thriller

Si racconta che nel ’69 – anno in cui scrisse il libro - Philip K. Dick fosse “leggermente” interessato a LSD, acidi e anfetamine e che dalle allucinazioni, che certamente non gli mancavano, sia nato questo romanzo, indiscutibilmente considerato uno dei migliori.

L’atmosfera da allucinazione e follia che pervade il romanzo forse all’inizio spiazza un neofita di Dick ma l’autore aveva una fantasia molto molto sviluppata ed è proprio questo a piacerci; quindi da cosa fosse alimentata lo lasciamo alle speculazioni da gossip…

Non è facile raccontarvi in poche righe di cosa parli questo romanzo poiché è un po’, in positivo, come la trama di “Lost”: solo per menti allenate e contorte almeno quanto la metà di quella dell’autore.

Ironia a parte, la cornice di sottofondo è abbastanza chiara: siamo in un futuro indefinito, nella mente di Dick poteva tranquillamente essere il 2000 ma per noi portiamolo un po’ più avanti.
Gli uomini hanno sviluppato poteri psichici, o “poteri psi”, e li utilizzano – giusto per non smentire la razza umana – a fini di spionaggio industriale. Naturalmente vi sono agenzie specializzate che gestiscono questo traffico di informazioni, come ve ne sono che si occupano invece di contrastarlo.

I nostri protagonisti fanno rispettivamente parte di queste due categorie di istituzioni: Joe Chip, che lavora presso l’agenzia anti-psi Runciter Associates; Glen Runciter, presidente e fondatore della Runciter Associates; Ray Hollis, capo dell’agenzia rivale e Patricia Conley, un’inerziale, ovvero un umano con poteri anti-psi.

A loro si aggiunge Ella, la defunta moglie  di Runciter, che si trova in uno stato di semi-vita in un moratorium, una specie di casa di riposo per defunti, in cui questi vengono tenuti in uno stato di animazione sospesa e riescono così a parlare con i propri cari.
Ella si rivela essere la guida e il consigliere sia del marito sia di Joe, dopo la morte del suo superiore all’inizio del romanzo.

Il libro si apre con Joe, Runciter e una pattuglia anti-psi sulla Luna, per un affare dell’agenzia; in realtà si tratta di un’imboscata di Hollis, capo dell’agenzia avversaria che intende liberarsi definitavemnte dell’ostacolo.
E vi riesce senza troppi problemi: l’unica vittima dell’attentao dinamitardo è infatti Glen Runciter.
Da qui parte la spedizione dei nostri protagonisti per elaborare un piano di contrattacco.

Fini qui vi assicuro che la trama è facile da seguire; ma ecco che iniziano ad insinuarsi i primi elementi di disturbo.

Tutto il paesaggio attorno ai personaggi comincia infatti a regredire, a tornare indietro nel tempo: i telefoni diventano vecchie cabine, i razzi diventano aereoplani ad elica, le automobili sono modelli degli anni trenta, in giro non c’è anima viva.
Cosa sta succedendo?

Pian piano che proseguono alla ricerca di Hollis e dei suoi, i compagni di viaggio di Joe iniziano a morire in modi tutt’altro che piacevoli, tra atroci sofferenze e un’atmosfera di morte che impregna l’aria e le righe del romanzo.

Una prima risposta non tarda ad arrivare, ma non ve la rivelerò, perchè i colpi di scena non si raccontano!

Vi colpiranno all’improvviso e direte fra voi  “Ma come ho fatto a non pensarci, è ovvio!”; d’ora in poi non aspettatevi altro che un susseguirisi di fatti imprevedibili e inaspettati, la maggior parte dei quali non capirete, almeno non subito.
Perchè tutta la trama, l’intreccio delle storie da qui in poi  è dato dall’intersecarsi delle menti dei personaggio del libro e dei semivivi del moratorium: pur essendo separati fisicamente nelle loro bare, le loro menti sono misteriosamente in comunicazione. E ce ne è una che sembra sopraffare le altre, risucchiando loro l’energia vitale: Jory.

A lui sembra contrapporsi un’altra misteriosa presenza: Ubik.

Dico “sembra” perchè in questo romanzo ogni cosa è falsa, ogni cosa non è quello che vi sembra o che sembra ai personaggi.
Un libro che non esito a definire terrificante, nel senso letterario della parola, e assolutamente spiazzante: ti prende e ti trascina nella follia, in una spirale di incubi, uno sopra l’altro, sino a farti  immedesimare completamente con Joe e, senza accorgertene, chiudi l’ultima pagina e ti chiedi “E chi è Ubik?”:

“Io sono Ubik. Prima che l’universo fosse, io ero. Ho creato i soli. Ho creato i pianeti. Ho creato gli esseri viventi e i luoghi in cui essi vivono; io li comando a mio giudizio.”

Si possono dare molte interpretazioni sulla genesi del personaggio di Ubik, sul perchè di questo nome, sulla sua vicinanza con il concetto di demiurgo o il prevalere delle cose, della merce e degli oggetti sugli uomini possa rappresentare l’evolversi verso il consumismo della società nel dopoguerra.

Dick affronta alcuni dei temi che hanno tenuto svegli filosofi e scrittori di qualsiasi epoca con un’ironia che trasale senza fatica dalla statificata trama di allucinazioni: esiste qualcosa di spirituale o siamo anche noi come la merce che compriamo? Esiste una realtà? E se si, cosa la definisce?

Ma il bello di essere lettore è proprio avere il diritto di interpretare liberamente qualsiasi parola si legga: lo scrittore ci mette in mano il libro e ci suggerisce cosa vorrebbe dirci, poi sta a noi decifrare il suo messaggio.

Forse nel caso di “Ubik” è solo un po’ più nascosto…

Ubik di Philip Kindred Dick, casa editrice Fanucci Editore

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I commenti (5)

  • Alessandro Missana
  • Federico Fontani
  • Chiara Forin
  • Anonimo

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