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02/2012

Winnie Pooh

articolo di Michele Fontana

Categorie Arte Classici Racconti

di Alan Alexander Milne (Salani, 164 p.)

“É meglio che tu decida il prima possibile se sei un Tigro oppure un Ih-Oh.” (Randy Pausch, ultima lezione alla Carnegie Mellon University, 18 settembre 2007)

Mentre la Concordia si spiaggiava sull’isola del Giglio ho perduto per errori deprecabili sia l’archivio dei miei film che tutti i bookmark salvati in Google Chrome. Anni di navigazione e pirateria resisi vani in un niente, sia per me che per la Costa Crociere, ma tant’è. Tra i file che sono riuscito a recuperare provo un certo piacere ad annoverare Winnie Pooh, uscito l’anno scorso in poche sale (e mai più tardi delle 16.00) malgrado fosse una produzione di John Lasseter; non a caso, nel recensirlo su Linus, Filippo Mazzarella esordiva scrivendo: “Capisco. Però provateci”. Basta il dato per cui “Pooh frutta alla Disney Company più di un miliardo di dollari all’anno, quanto Topolino, Minnie, Pippo, Pluto e Paperino messi assieme” per comprendere quanto il confine tra personaggio e brand possa essere superato; tolto il merchandising, però, resta Winnie Pooh (o Winnie-the-Pooh, o Winnie Puh), la cui storia comincia a margine della prima guerra mondiale, quando le truppe canadesi partirono da Winnipeg, nello stato di Manitoba, per potersi imbarcare alla volta dell’Europa. Durante quel viaggio il luogotenente Harry Colebourn comprò un cucciolo d’orso da un cacciatore e, giunti a destinazione, lo cedette allo zoo di Londra, dove sarebbe diventato un’attrazione (come Knut qualche anno fa, che la Storia, si sa, tende a citare sé stessa); era il 1919 e un anno più tardi nacque Christopher Robin, figlio dello scrittore Alan Alexander Milne. Quest’ultimo era uno di quei letterati “che solo l’Inghilterra è capace di produrre”, autore di romanzi e lavori teatrali, cresciuto nella piccola scuola diretta dal padre John, la Henley House; tra gli altri vi insegnava H. G. Wells e aveva sede a Kilburn, Londra ovest, a non più quattro kilometri dallo zoo. Christoper Robin sarebbe rimasto così affascinato dall’orsetto di Winnipeg, noto ormai come Winnie, che ribattezzò il proprio animale di pezza, che prima si chiamava Edward e che, spiegherà il padre, godeva di buona compagnia:

“Gli animali si trovano là, nella camera del bambino. Il mio apporto, in quanto autore, dotava ognuno di loro di una voce individuale; il loro proprietario, che li amava, aveva conferito loro quell’estro di carattere che ben definiva la loro personalità e Shepard, l’artista, li ritraeva si può dire dal vivo. Erano lì, sotto gli occhi di tutti. Io non li ho inventati, li ho descritti.”

Gli animali, che si trovavano , sono ora esposti alla Donnell Library di New York e Milne li descrisse in un libro, Winnie Pooh (1926), e in un seguito La strada di Pooh (1928) che riscossero un successo tale da oscurare i precedenti lavori dell’autore. Piacquero anche alle figlie di Walt Disney, che convinsero il padre ad acquisirne i diritti e produrre tre brevi adattamenti, Winnie Puh, orsetto goloso (1966), Troppo vento per Winnie Pooh (1968) e Tigro e Winnie Pooh, a tu per tu (1974), raccolti poi in un lungometraggio, Le avventure di Winnie Pooh (1977), al quale si ispira la produzione di Lasseter (di cui sopra) e che, per stile, molto deve al citato Ernest Shepard, illustratore e amico di famiglia che collaborò alla stesura dei racconti di Milne tanto da fondere scrittura e disegno (capita, per dire, che Pooh si accorga di essere in un libro ed inciampi in un capitolo). Tolto il ciarpame, i lustrini e le operazioni commerciali, insomma, restano le storie di un papà, Milne, e del suo bambino, Christopher Robin, illustrate da un amico, Shepard; non è poco.

Riguardo al Pooh, originariamente era il nome di un cigno; un ottimo nome per un cigno perché “se lo chiami e lui non viene (cosa che i cigni sanno fare molto bene), puoi far finta di aver detto soltanto ‘Pooh!’ per far vedere quanto poco lo volessi”.

Ecco, stabilire se invidio più Alan Alexander Milne, per come scriveva, o Christopher Robin, per l’infanzia che ha avuto, è davvero difficile. Facile, invece, voler bene a chi, quei due, me li ha presentati.

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I commenti (5)

  • emilia grassi
  • Valeria Milito
  • Valeria Milito

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